domenica, 25 marzo 2007
18:47

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Cani e porci

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Le cose non cambiano, sia che tu faccia le medie, le superiori o l’università, le cose non cambiano. I tipi di persone non cambiano.

Tipologia 1: le due amiche che ancora si fanno le storie sui vari ragazzi, che scrivono sui banchi “Marco sei bono”, “M+SxEver”. Scena: sto tranquillamente studiando la mia materia e si siedono accanto a me le due amiche.
Tipa1: -Ma hai vissssto quant’è bbbono quellllllo?? Massa è proprio figoooo. Mmmm ciè è troppo bbbbono! Solo che è troppo stronzo.-
Tipa2: -Si infatti è troppo figo!-
Tipa1: -Ciè m’hai visto no?!? Poi co quea majetta è troppo troppo figo! Che je voi dì!-
Passano 5 minuti…
Tipa1: -Oh senti ma io devo annà ar bagno. Ciè mo come faccio? Se passo pe ddde  lllà poi quello penza che io sto a passà là pe vedé lui, invece io devo proprio annà al bagno, me scappa.- (ndr la “z” per pensa è voluta)
Tipa2: -Vabbè allora che fai?-
Tipa1: -N’è che me ce poi accompagnà te? Magari così nun penza niente!- (ndr la “z” per pensa è voluta anche qui).
Vanno al bagno e poi tornano.
Tipa1: -Si si è proprio figo!-

Tipologia 2: il ragazzo che d’inverno sta scoperto e cerca di fare il figo.
Io e Cocci usciamo dalla biblioteca per mangiare e ci sediamo sulle panchine fuori la facoltà. C’è il sole e un tipo pensa bene di sdraiarsi, ha i jeans e una maglietta a maniche corte bianca, consumata, senza scritte, se la alza per mettere in mostra gli addominali spiegando a tutti gli studenti intorno “massa co sto sole m’abbronzo” e inizia a cantare a voce molto alta: “amoreeeee tooooornaaaaaa, sei quellllaaaaa giustaaaaaaa….. che è lll’amoooooreeeeee….” Non ho capito che canzone sia ma va bene. Io e Cocci iniziamo a parlare ma con gli urli del tipo non la sento e le chiedo se può alzare la voce, così il tipo canta ancora più forte, perché non è contento, a quanto pare vuole essere ascoltato. Finisco il mio pranzo e passano alcuni ragazzi, il tipo li ferma e fa: -Oh ma che sce lll’hai na cartina, no che così me fasccio un bel cannone! Oh da paura!-

Tipologia 3: conosce tutta l’università, ha le mani impastate un po’ ovunque e grazie a tutto questo “potere” crede che può fare come gli pare, anche in biblioteca. Guarda il post precedente.

giovedì, 22 marzo 2007
09:45

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Istinto omicida

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Sti gran cazzi del leone marino, non me frega un cazzo di dove sei stato, che l’acqua era ad un grado e c’era freddo e gelo e neve. Io ti sgozzo, io ti stacco le palle se non la smetti di parlare. E’ una biblioteca, devi stare zitto, non devi rompere i coglioni. Se vuoi parlare ti metti lontano da me, molto lontano se tieni alla tua misera vita, perché io ti uccido. Stanotte ho dormito 3 ore, solo 3 misere ore, mi alzo alle 6:30 del mattino per venire a Roma a studiare e mi si deve mettere davanti in biblioteca uno stronzo come te che non la smette di parlare. Io vengo per studiare, non me fotte un cazzo di dove sei stato e che vuoi far vedere le foto ai tuoi amici. Niente di niente. Devo studiare cento pagine di niente, vedi di stare zitto. Sono 10 minuti che sto sulla stessa stupida frase “per tecnologia si intende” e non riesco ad andare avanti perché tu devi raccontare il tuo viaggio in Alaska. Ora se non vuoi che a forza di calci nel culo ti rispedisca in Alaska, vedi di stare zitto.

lunedì, 19 marzo 2007
19:06

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venerdì, 16 marzo 2007
14:04

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L'importanza della pausa caffè

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Dopo aver superato le fasi di laureanda e laureata, mi ritrovo nuovamente studentessa, così, satura di buoni proposito mi sono imposta di preparare un esame in tre settimane, per questo mi chiudo in biblioteca ogni giorno. Entro alle nove, prendo il mio posto preferito, sempre lo stesso. E’ carina la biblioteca nuova, ha il parquet, i tavolini grandi, così grandi che riescono ad entrare il portatile l’astuccio il telefono l’alimentatore la cartellina il quaderno il libro le slides e il mio pacchetto di caramelle alla frutta. C’è anche la lucetta per ogni postazione. L’unica cosa è che proprio sul mio posto hanno appeso un cartello “Avviso: le postazioni di studio occupate per più di 20 minuti da libri ma non da lettori verranno assegnate ad altri. Gli utenti devono lasciare sul tavolo un foglio con l’indicazione dell’orario in cui si allontanano”. Mi posso quindi permettere delle misere pause. Di solito io e la Cocci ci prendiamo una pausa verso le tre: scriviamo l’orario, andiamo al bar più vicino che sta a circa cinque minuti da qui, prendiamo un caffè per svegliarci e abbiamo giusto il tempo di tornare qui. La pausa è vitale per noi che arriviamo in biblioteca alle 9, quando apre, e ce ne andiamo quando alle 17 ci vengono a cacciare. Senza pausa, senza distrazioni potremmo diventare pericolose. Oggi non è stato così. Oggi ho pranzato da sola. Oggi niente pausa con la Cocci. Cocci non è venuta all’università perché non aveva la macchina. O meglio, la sua macchina oggi è servita al resto della famiglia, perché la Dani non ha più la sua macchinina brumm brumm Y10 bianca. La Dani usa la macchina per andare alla stazione perché va all’università in treno. Ieri sera, scesa dal treno ha visto ciò che rimaneva della sua macchina.  Cit: “Hanno piegato lo sportello che in pratica non si chiude più, e hanno spaccato lo sterzo, distrutto, lo sterzo in più l' hanno piegato all’insù e tagliato”
Ora, io non ho potuto fare la pausa caffè. Nemmeno la pausa passeggiata per andare al bagno e fare due chiacchiere. Né tanto meno la pausa parliamo di uomini. Per non parlare della pausa prendo in giro la Cocci, che quella si che è divertente. Ora io mi trovo in uno stato di stress psicofisico, visto che sono anche costretta a stare seduta e queste sedie non è che sono il massimo del confort, tutt’altro. Vediamo un po’ che devo fare. Una spedizione punitiva? Venirvi a cercare e poi fare di voi i miei schiavi, che mi tengono occupato il posto mentre faccio la mia meritata pausa caffè? Mandarvi a prendere il caffè per me e la Cocci finché non finiremo l’università? Appendervi per le caviglie e frustarvi a sangue e poi buttare sopra le ferite chili di sale? Oppure potrei mettervi al collo un bel collare elettrico e farvi fare da autisti alla Cocci e alla Dani, per il resto della vostra vita. Rivoglio la mia pausa caffè.

giovedì, 08 marzo 2007
19:31

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Palla rossa

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“Ma sei caduto dal seggiolone quando eri piccolo?” Quanto c’è di vero in questa frase? Nel mio caso non è stato il seggiolone, ma le volte dopo. Il primo episodio è stato quando avevo si e no quattro anni, stavo in macchina con mio padre e le cinture di sicurezza ancora non c’erano nelle macchine, mio padre inchioda, ha sempre avuto la cattiva abitudine di stare troppo attaccato alla macchina davanti, così io, da seduta sul sedile mi ritrovo svolazzante per andare poi a piantare la testa sul vetro e disegnare una grande ragnatela. Risultato: enorme ficozzo sulla fronte e gelato. La volta dopo ero in campagna da mio nonno, ero più grande, circa sei anni. Mio nonno aveva biciclette di tutte le grandezze, gliele regalavano, biciclette che ormai non si usavano più perché i figli erano troppo grandi, e siccome da mio nonno era sempre pieno di bambini, le davano a lui. A me e a mio cugino S. piaceva la stessa bicicletta perché aveva il sellino comodo, l’unico difetto è che non aveva i freni. Mio cugino era fomentato in quel periodo dalle moto da cross, così facevamo i percorsi e ci cronometravamo. Quella volta il percorso comprendeva la discesa della cantina, una lunga discesa. Arrivato il mio turno presi la bicicletta, intrapresi la discesa ma non girai il manubrio e andai a sbattere dritta ad alcune porte finestra che mio nonno aveva poggiato ai lati. Ovviamente l’impatto fu fronte-vetro. Un altro caso importante fu quello a Sant’Antioco. Ero andata in vacanza con i miei, avevo dodici anni credo. Abbiamo preso una stanza in albergo che aveva un letto matrimoniale e un letto a castello; siccome a casa dormivo sul letto di sopra, ai miei è sembrato naturale fare dormire me sopra, mancava giusto la barra per impedirmi di cadere, così sono caduta dal letto a castello e ho battuto la testa, zona sopracciglio destro, arrivando per terra e continuando a dormire. I miei si sono alzati immediatamente e mi hanno svegliata convinti che mi fossi rotta la testa, mi hanno portata in bagno e mi hanno messo la testa sotto l’acqua fredda, poi mi hanno messo sul lettone con una bottiglietta di aranciata S. Pellegrino sul ficozzo. Io ho ripreso a dormire, loro no. E il giorno dopo mi hanno fatto fare la lastra alla testa. Non me la sono rotta. Una volta ho battuto la testa allo spigolo della finestra, ma niente di che. Un’altra volta è stato in palestra alle superiori. Avevamo deciso di giocare a calcetto senza alzare la rete da pallavolo, così presa dalla corsa sono andata decisa verso la porta, ma ho preso la rete alla fronte, il che fa anche capire la mia altezza, le gambe hanno continuato a correre ma la testa è rimasta li, così ho battuto la testa per terra e mi sono ritrovata una riga orizzontale sulla fronte. Non ho sentito una voce che mi chiamava ma ho sentito le risate di tutti. Una volta sono andata a pattinare sul ghiaccio e proprio all’ultimo giro ho preso un pezzetto di ghiaccio e mi sono tuffata tipo angelo, il volo è stato così lungo che ho avuto l’accortezza di girarmi per non battere la faccia a terra, così ho sbattuto la nuca. Adesso questi episodi sono diventati più rari, si limitano ai pensili della cucina. Non ci sono conseguenze visibili ad occhi nudo attualmente. Palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa palla rossa